La Brigata Italia nella Resistenza modenese

Una ricostruzione per sommi capi dell’attività dei partigiani cattolici modenesi aderenti alle Brigate Italia tra l’8 settembre 1943 e il 23 aprile 1945.

 di Franca Gorrieri

 

8 settembre 1943: l’annuncio dell’armistizio viene trasmesso dalla radio alle 19.45; a Magreta, paese agricolo della provincia di Modena, a pochi passi dal fiume Secchia, è il giorno della sagra. La gente è ancora in giro, la notizia si diffonde in fretta.

Un gruppetto di giovani, Ermanno Gorrieri,  Alfredo Cavazzuti,  Alfonso Bucciarelli, Tonino Bucciarelli,  Luciano Busani, si chiede: che fare? Alcuni di loro si trovano in paese per puro caso: hanno terminato durante l’estate il corso da ufficiale o da sottufficiale e sono in licenza in attesa della destinazione al fronte.

Altri amici, più sfortunati, in quei giorni sono fatti prigionieri dai tedeschi nelle caserme e inviati in Germania dove vivranno venti lunghi mesi di stenti.

Il primo pensiero di questi giovani magretesi è di recuperare armi abbandonate dall’esercito italiano, prima di tutto perché non finiscano nelle mani degli occupanti nazisti,  ma anche con la convinzione che in futuro saranno utili: il 10 settembre fallisce un primo tentativo a Fiorano dove era stato acquartierato un gruppo di artiglieria, vanno a buon fine due successive operazioni il 20 e il 25 settembre. Nel frattempo la notte tra il 12 e il 13 settembre il gruppo recupera a Formigine quattro fucili mitragliatori e 60 moschetti con relative munizioni.

Operazioni di questo genere avvengono in varie zone della provincia per opera di gruppetti spontanei e senza collegamento tra loro. Questa è la conferma che la lotta di liberazione in provincia di Modena ha una origine spontanea e policentrica, solo in un secondo tempo sarà coordinata dai partiti e dal CLN. Non è comunque un movimento di massa fin dall’8 settembre ‘43, ma è iniziativa di piccole minoranze attive e solo nei mesi successivi raccoglie l’adesione della maggioranza della popolazione.

Tornando al gruppetto dei magretesi, il loro nucleo si allarga agli amici modenesi dell’associazione cattolica del Paradisino, della FUCI e della parrocchia di San Pietro.

Cercano anche collegamenti politici, ma venti anni di fascismo hanno spazzato via tutte le opposizioni e solo il PCI ha mantenuto un minimo di organizzazione clandestina; in campo cattolico unico riferimento è l’avvocato Alessandro Coppi che era stato l’ultimo segretario provinciale del PPI fino al 1925 e che diventerà presidente del CLN provinciale alla sua costituzione nel novembre 1943.

Attraverso don Elio Monari, assistente diocesano della gioventù di Azione Cattolica, si stabiliscono contatti con i piccoli apostoli di don Zeno Saltini a San Giacomo Roncole, con don Ennio Tardini e don Arrigo Beccari, che a Nonantola producono documenti falsi per gli ebrei, con don Ivo Silingardi, a quei tempi responsabile dell’Opera Pia Bianchi a Casinalbo, collegata alle attività di don Zeno.

Le attività dell’ autunno inverno 43-44 sono indirizzate, oltre a piccole azioni di disturbo ai nazisti, come spargimento di chiodi a tre punte lungo le strade, a una intensa propaganda contro le chiamate alle armi del neonato esercito fascista attraverso la produzione e la capillare diffusione di volantini oltre che naturalmente i contatti personali. Nella zona di Magreta questo intenso lavoro consegue un notevole successo: su 300 giovani chiamati alle armi solo sei si presentano. Questo provoca il 5 gennaio 1944 a Magreta uno dei primi rastrellamenti operati in provincia dai fascisti.

Continua anche la ricerca di armi e per questo viene perlustrata, troppo tardi, la zona di sbandamento dell’Accademia Militare, i cui allievi ufficiali avevano abbandonato le armi lasciando il campo di addestramento alle Piane di Mocogno. Qualcosa viene comunque racimolato e va a ingrossare uno dei depositi di armi ed equipaggiamenti creati fin da ottobre ‘43 nella zona di Polinago in vista di una possibile lotta armata in montagna in primavera, con il ritorno della bella stagione e la ripresa della avanzata alleata.

Inizialmente questi ragazzi sono spinti all’azione da un sentimento patriottico contro gli occupanti tedeschi, ben presto maturano un ripudio definitivo dell’esperienza fascista e una rivolta morale contro il nazismo, infine nasce in loro la consapevolezza che si lotta per gettare le basi di una nuova società più libera e più giusta.

Tutti nati intorno al 1920 e quindi cresciuti nel fascismo, sono coscienti della loro impreparazione politica,  per cui nell’autunno del ’43 organizzano nella parrocchia di San Pietro alcune conferenze clandestine con docenti dell’Università di Modena,  fra cui Giuseppe Dossetti. Partecipano una ventina di giovani.

Nel frattempo a metà novembre si costituisce il Comitato di Liberazione Nazionale con i rappresentanti dei partiti antifascisti; in dicembre il CLN nomina un Comitato militare composto da Davide (Osvaldo Poppi) per il PCI, Bandiera (Leonida Patrignani) per il Partito d’Azione e Claudio (Ermanno Gorrieri) per la DC.

Mentre il PCI organizza i GAP (Gruppi di Azione Patriottica), che tra febbraio e marzo ’44 fanno le prime azioni in pianura, sull’Appennino si formano gruppetti di montanari e già da novembre vive alla macchia una pattuglia di sassolesi che a gennaio effettua il suo primo colpo: l’occupazione della caserma della GNR a Pavullo.

In occasione della seconda chiamata alle armi da parte dell’esercito fascista, prevista per l’8 marzo 1944, il CLN si rende conto che non basta più la sola opera di propaganda per sollecitare i giovani a non presentarsi: occorre offrire loro un’alternativa, tanto più che il bando prevede la pena di morte per i renitenti.

A questo scopo decide di organizzare la spedizione Bandiera, affidandone il comando a Leonida Patrignani. La spedizione deve risalire la valle del Panaro per raggiungere l’alto Appennino e collegarsi con il piccolo nucleo partigiano di Armando (Mario Ricci) e successivamente entrare in collegamento con le formazioni della valle del Secchia per dare un’impostazione unitaria alla lotta armata in montagna.

Da Magreta partono Pierino Cavazzuti e Dino Lugli. L’appuntamento è in una stalla nei pressi di Marano dove Patrignani, con al fianco Davide e Claudio, in un’atmosfera tipicamente carbonara rivolge il suo discorso di benvenuto ai giovani richiamandosi agli ideali del primo Risorgimento. Purtroppo l’afflusso di giovani è superiore al previsto e le armi non sufficienti. Si rinvia la salita verso l’Appennino per attendere l’arrivo di altre armi, ma la permanenza di un gruppo così numeroso non passa inosservata e il 12 marzo ‘43 provoca l’attacco fascista a Pieve di Trebbio quando la formazione non è ancora adeguatamente armata e addestrata.

Lugli Dino - caduto pieve di trebbio 12 marzo 44

 

Il combattimento divampa per alcune ore intorno al paese, fra il terrore della popolazione asserragliata nelle case: i partigiani hanno 8 morti; anche i militi fascisti della GNR di Bologna subiscono gravi perdite. Tra i caduti partigiani c’è il ventiduenne  Dino Lugli, il suo corpo non viene riconosciuto subito per cui i suoi parenti lo crederanno prigioniero in Germania fino alla fine della guerra.

 

 

Il comandante Patrignani, vista l’impossibilità di raggiungere l’alto Appennino, ridiscende con i suoi uomini stremati e demoralizzati verso Marano e qui scioglie la formazione. Si conclude così il tentativo del CLN di coordinare la lotta in montagna.

In marzo-aprile si allarga la presenza dei cattolici e si costituiscono vari nuclei in provincia: a Modena nasce una piccola stazione tipografica con materiale proveniente da San Giacomo Roncole e vengono diffusi due o tre numeri di un giornalino “La Punta”.

Una trentina di giovani “ribelli” si riunisce il 1° aprile alla sede della FUCI in un piccolo congresso clandestino nel quale si procede all’elezione del gruppo dirigente.

Purtroppo tra aprile-maggio l’organizzazione subisce due ondate di arresti, entrambe causate da spie: nella prima, il 26 aprile, insieme ad altri, viene imprigionato Pierino Cavazzuti che solo a settembre riuscirà a fuggire e a raggiungere gli amici in montagna; nella seconda,  il 20 maggio,  vengono arrestati fra gli altri Luigi Paganelli,  William Zironi e la madre di Claudio,  il quale sfugge miracolosamente alla cattura in entrambe le occasioni.

Dopo un tentativo non riuscito, compiuto tra il 10 e il 13 maggio, il 22 va in montagna il primo nucleo di cattolici: hanno delle piccole coccarde tricolore per distinguersi.

Ci sono alcuni sassolesi, tra cui Erio Monari, Luigi Bellei e Adriano Gollini, alcuni Piccoli Apostoli di San Giacomo Roncole e da Magreta Alfredo Cavazzuti,  Ermanno Gorrieri, Luciano Busani e Armando Morini detto Copi.

In giugno da Magreta e da Fiorano partono altre quattro spedizioni, in tutto un centinaio di uomini,  guidate da Walter Gorrieri e Mario Giacobazzi.

Il 17 giugno ha inizio la Repubblica di Montefiorino,  nome dato solo dopo la guerra a un’ampia zona libera da fascisti e tedeschi per 45 giorni; si tratta di un territorio di circa 1200 kmq, comprendente sette comuni, quattro modenesi e tre reggiani, con 40.000 abitanti.

La zona libera richiama un grande afflusso di giovani dalla pianura, si arriva alla presenza di 5.000 partigiani modenesi e 2.000 reggiani, riuniti nel Corpo d’armata Centro-Emilia, di cui comandante è Armando e commissario politico Davide.

Compito dei commissari,  presenti in quasi tutte le formazioni,  è educare politicamente al comunismo i partigiani.  La Repubblica si presenta rossa, anche se in tutte le formazioni c’è un’alta percentuale di non comunisti: ovunque bandiere rosse,  scritte “W la Russia”, “W Stalin”. Solo le formazioni “Anderlini” e “Claudio” mantengono piena autonomia politica e organizzativa.

A Magreta sono stati confezionati grandi fazzoletti tricolori, alcuni con la scritta DC, altri senza: ogni partigiano del battaglione sceglie quello che preferisce.

L’atmosfera è euforica,  ai primi di giugno gli alleati avevano liberato Roma ed erano sbarcati in Normandia, tutti sono convinti che la guerra finirà presto; l’afflusso di persone a Montefiorino è incontrollabile,  è una grande “sagra della libertà” dopo anni di dittatura e di guerra.

La situazione è difficile da controllare, soprattutto lo sono il vettovagliamento e la disciplina. Le misere risorse alimentari della zona vengono sfruttate a dismisura e non senza sprechi, cose che i montanari non vedono di buon occhio e che li fanno passare dall’entusiasmo dei primi giorni a un senso di delusione crescente.

Solo le formazioni di Sassuolo e di Magreta ricevono rifornimenti dai loro paesi, mentre tutte le altre organizzazioni partigiane della pianura non vengono investite del problema dell’approvvigionamento. Nel mese di luglio da Magreta partono due autocarri e un biroccio carichi di rifornimenti per il battaglione Claudio.

E’comunque bene ricordare che la Repubblica di Montefiorino è la prima zona libera nell’Italia occupata dai tedeschi e che rappresenta, a detta di tutti gli storici, l’esperienza storicamente più interessante della Resistenza emiliana soprattutto sul piano civile e democratico.

Dopo vent’anni di dittatura nella zona libera si ripristinano infatti le istituzioni democratiche. Il 26 giugno si insedia la Giunta del Comune di Montefiorino, composta da persone liberamente elette dai capifamiglia delle singole frazioni, alla carica di sindaco viene eletto Teofilo Fontana. Lo stesso avviene negli altri comuni.

Anche nelle formazioni partigiane si attua un processo rivoluzionario di rottura e superamento della vecchia società italiana: alla Resistenza partecipano tutte le classi sociali, ma sono operai e contadini ad essere in maggioranza e soprattutto ad essere, per la prima volta nella storia del nostro paese, protagonisti, volontariamente e non sottoposti alla classe dirigente tradizionale.  Le gerarchie del movimento partigiano si formano in base all’esperienza e all’anzianità nella guerriglia insieme con l’attitudine naturale al comando e all’organizzazione, indipendentemente dal grado militare, dalla cultura e dalla posizione sociale.

Non è possibile che i nazisti possano tollerare a lungo che un territorio così vasto sia sotto il controllo partigiano, infatti domenica 30 luglio attaccano la Repubblica di Montefiorino con grande spiegamento di forze, da più fronti.

Il battaglione Claudio viene mandato in appoggio alle formazioni locali di Monchio e Saltino per contrastare i tedeschi che, muovendo da Sassuolo, risalgono le due sponde del Secchia.

Si combatte tutta la domenica, tutto il lunedì e la mattina di martedì 1°agosto, quando a mezzogiorno, col combattimento ancora in corso, arriva la notizia che a Montefiorino non c’è più nessuno.

La sera prima, il comando ha diramato l’ordine di sganciamento verso la valle del Panaro: l’ordine non è arrivato a tutte le formazioni.

Il battaglione Claudio al terzo giorno di combattimenti è costretto ad abbandonare le postazioni che ha strenuamente difeso fino all’ultimo.

Mappa disegnata da Luigi Borelli e tratta da “La Repubblica di Montefiorino” (Il Mulino, 1966)

Mappa 2
Mappa disegnata da Luigi Borelli, tratta da “La Repubblica di Montefiorino” (Il Mulino, 1966)

Lo sbandamento: i reggiani si rifugiano nei pressi del Cusna; quasi tutte le formazioni modenesi a piccoli gruppi riescono a raggiungere la valle del Panaro; un migliaio di uomini rimane nascosto nei boschi dell’ex zona libera. Oltre un terzo dei partigiani fa ritorno definitivamente in pianura.

Il rastrellamento si conclude il 6 agosto con l’incendio di Montefiorino, sono dati alle fiamme anche Piandelagotti, Gombola, Toano, Villa Minozzo e molte case rurali.

Restano i montanari con la loro miseria e ora senza casa.

La crisi ha fatto svanire l’euforia di giugno e luglio e ha anche operato una severa selezione nei quadri e nelle forze partigiane. Si rivedono i posti nel comando, vengono dati incarichi a Claudio e a Lino (Luigi Paganelli).

Il 17 agosto il battaglione Claudio si ritrova riunito nella zona di Polinago, dove Ercole (Alfonso Bucciarelli) e Viero Bertolani giungono da Magreta con un camioncino di rifornimenti.

Tra l’8 e il 14 settembre un nuovo rastrellamento impegna il battaglione in montagna, ma ancora più grave è l’ondata di arresti in pianura provocati dal tradimento di una staffetta di Mirandola, incaricato dei collegamenti con la montagna.

Questi, catturato, per salvarsi indica parecchi nomi.

Vengono arrestati Enea Zanoli (Spartaco) e Luciano Minelli di Modena,  il maestro Alfeo Martini, Adriano Barbieri di Medolla,  Nives Barbieri di San Giacomo,  Viero Bertolani di Modena e tre sacerdoti, don Arrigo Beccari, don Ennio Tardini e don Ivo Silingardi.

Altri, avvertiti in tempo, riescono a mettersi in salvo.

Alfonso Bucciarelli il 16 settembre è a Modena per cercare di ottenere un contributo in denaro dall’industriale Stanguellini, si reca a casa di Spartaco in via Selmi, da lontano nota una macchina nera, si allontana in fretta verso la casa di Viero dove viene informato che l’amico è stato arrestato un’ora prima. Lascia Modena e va a Corlo a casa di amici dove incontra la madre di Claudio che lo sta cercando per avvertirlo che i fascisti lo aspettano a casa sua. Per un lungo periodo passa le notti sempre in case diverse.

Gli arrestati, condotti a un comando della Gestapo a Villa Santi di Campiglio, nei pressi di Vignola, per una quindicina di giorni sono sottoposti a interrogatori e terribili torture, in seguito alle quali Viero Bertolani rimane irrimediabilmente sordo da un orecchio. I tre sacerdoti vengono poi trasferiti alle carceri di Bologna da cui il 28 novembre ’44 viene scarcerato don Ennio Tardini, mentre don Arrigo e don Ivo vengono trasferiti solo a metà aprile ’45 nel carcere di Sant’Eufemia a Modena da cui usciranno il 22 aprile al momento della Liberazione.

Gli altri arrestati, a cui viene associato il sedicenne Giuseppe Campana, appartenente a un GAP del carpigiano, sono condotti alla Casa del Fascio di Mirandola. La notte del 29 settembre Viero Bertolani cerca di convincere tutti a un’impossibile fuga e, dopo il diniego dei compagni, si lancia dalla finestra della stanza in cui sono rinchiusi: non ci sono inferriate in quanto è al terzo piano. Fortunatamente si ferisce solo a una caviglia, riesce a trascinarsi fino a un fosso dove sta nascosto per tutto il giorno e la notte seguente raggiunge una casa amica.

I suoi compagni di prigionia vengono impiccati la mattina del 30 settembre ai pali della luce proprio davanti al Casinone dell’Opera Piccoli Apostoli a San Giacomo Roncole.

Il luogo non è scelto a caso.

Dopo pochi giorni la Brigata Italia subisce un altro grave colpo: il 6 ottobre i tedeschi sorprendono sul ponte di Samone il distaccamento “Val Panaro” del battaglione democratico cristiano, nello scontro cadono combattendo il ventottenne Gino Giovanardi, comandante del distaccamento, e i diciottenni Giorgio Campagna (Coccarda) e Paolo Sangiorgio, un Piccolo Apostolo.

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Il 10 ottobre da Magreta viene organizzato un colpo che fa scalpore,  ne parlano i giornali: nottetempo vengono trafugate “da loschi individui” notevoli quantità di sigarette e tabacco dalla Manifattura Tabacchi che è sfollata a Sassuolo.

In conseguenza di questo, ma soprattutto per le ripetute richieste del segretario del fascio di Formigine che aveva sentore che Magreta fosse un’importante centrale partigiana, domenica 15 ottobre i tedeschi, in forze, operano un rastrellamento a Magreta.

Il giorno dopo, non sentendosi più sicuri, alcuni partigiani, Tonino Bucciarelli, Sisto Ferrari, Franco Busani, grazie all’aiuto delle instancabili staffette, si trasferiscono in montagna.

In particolare a Magreta ci sono due ragazze, Vittoria Bucciarelli,  19 anni a novembre ‘44, e Nivarda Busani, 18 anni a gennaio ‘45, che portano in montagna messaggi, rifornimenti, a volte armi, la posta delle famiglie e che accompagnano i giovani che vogliono raggiungere le formazioni o chi, come Claudio, già conosciuto e ricercato, debba muoversi da un posto all’altro o in città. Corrono spesso grossi rischi, può bastare essere fermate a un posto di blocco ed essere controllate per essere subito scoperte, arrestate e …

È in ottobre che nella zona di Magreta si decide di costituire delle vere e proprie squadre armate, la prima è quella delle Berlete comandata da Orlando Rognoni. Emilio Beltrami, poco più che sedicenne, è il comandante del distaccamento di Magreta della II Brigata Italia, va spesso in montagna per portare sigarette o altri rifornimenti e scende con qualche arma per queste squadre. Ormai in montagna le armi sono più che sufficienti, sia perché è calato notevolmente il numero dei partigiani, sia perché durante l’estate numerosi sono stati i lanci.

A un mese dal primo, il 10 novembre, si fa un secondo colpo alla Manifattura di Sassuolo. Le sigarette, oltre che molto gradite dai partigiani, costituiscono una preziosa merce di scambio.

Ottobre è il mese in cui ci si organizza da parte della Brigata Italia, con l’appoggio dei gruppi di pianura, per passare l’inverno in montagna: il fronte si è fermato sulla Linea Gotica, non c’è speranza che la guerra stia per finire. È un periodo duro, è un ottobre molto piovoso, si interrompono gli aviolanci alleati; i tedeschi, interessati ad avere sgombre le immediate retrovie del fronte, intensificano gli attacchi.

Inoltre si viene a sapere che il 29 settembre Armando, comandante della Divisione Modena, ha passato il fronte con circa 1500 uomini e altrettanto fanno il 10 novembre i 650 uomini del Gruppo Brigate Est, dopo aver subito gravi perdite in una battaglia a Benedello.

La crisi del movimento partigiano si fa drammatica, il 13 novembre Davide e Barbolini diramano l’ordine di passaggio del fronte, dando istruzioni perché ciascuna Brigata formi un reparto di 40 o 50 dei propri migliori uomini che restino a combattere.

Verso la fine di novembre rimangono in montagna circa 500 uomini.

Il gruppo più consistente di partigiani provenienti dalla pianura è rappresentato dai democratici cristiani, circa 120 uomini, e dai sassolesi. Il Battaglione di Claudio, che ha sempre puntato sulla selezione piuttosto che sulla massa, subisce pochissime defezioni nel momento del passaggio del fronte: 8 uomini su 10 scelgono di continuare la lotta. Fondamentale è il pieno appoggio dell’organizzazione di pianura per l’approvvigionamento.  Fin da ottobre i gruppi di Magreta mandano a segno due colpi alle banche di Sassuolo e di Fiorano per procurarsi denaro per pagare quanto acquistano. Vengono ammazzati parecchi maiali per ricavarne salumi da mandare in montagna insieme a forme di formaggio,  scarpe,  coperte,  calzettoni di lana.

Alla fine di ottobre il battaglione si trasferisce a Morsiano, nell’alta valle del Dolo; per tenere vivo lo spirito offensivo vengono inviate pattuglie all’attacco sulle strade, sulla via Giardini e la via delle Radici.

Nella zona resta ancora oggi un buon ricordo di questi partigiani che cercano di pesare il meno possibile sulla popolazione e, quando possono, si rendono utili. Il medico della formazione, Gianfranco Ferrari (Gianni), come già durante la Repubblica di Montefiorino,  diviene il dottore di tutta la zona, girando da un casolare all’altro.

Considerevole poi l’opera di Albano Montorsi (Gambalesta), tecnico elettrico, che riesce, con il supporto degli abitanti, a portare la corrente elettrica a 260 famiglie sparse sul territorio: vengono tirate 30.800 metri di linee sostenute da 652 pali.

Per risolvere la crisi del Comando di Divisione si stabilisce di discuterne fra i tre principali partiti in un convegno, che inizia a Civago la sera del 27 novembre e si protrae anche nei giorni 28 e 29.

Il dibattito parte da un documento programmatico in 15 punti,  presentato dalla Democrazia Cristiana, nel quale si propone una separazione netta tra l’organizzazione militare e l’amministrazione civile.

Si arriva a un accordo solo con l’intervento della missione inglese: un grandioso aviolancio diurno  il 2 dicembre inonda di paracadute la valle del Dolo.

La sera del 4 dicembre a Gova le tesi democristiane vengono accolte, Lino (Luigi Paganelli) è il nuovo comandante della Divisione e Giovanni Manfredi il presidente del CLN della Montagna,  un nuovo organismo che rappresenta il potere civile, separato da quello militare,  su una zona sostanzialmente libera, la cosiddetta Seconda Repubblica di Montefiorino.

Per ben cinque mesi, da dicembre ‘44 ad aprile ‘45, salvo una decina di giorni in gennaio a causa di un rastrellamento tedesco, una buona parte del territorio liberato durante l’estate torna sotto l’influenza partigiana. Si tratta di quattro comuni modenesi, Montefiorino, Frassinoro, Polinago e Prignano in cui il CLN Montagna assume le funzioni di governo civile e di coordinamento delle amministrazioni comunali elettive, sopravvissute al rastrellamento di luglio-agosto.

Primaria preoccupazione del CLN è organizzare l’attività dei comuni in funzione dell’assistenza alle popolazioni,  per alleviare il peso sopportato dai civili nel sostentamento della lotta partigiana.

Per quanto riguarda la riorganizzazione militare, il comando di divisione, che ha sede a Farneta, frazione di Montefiorino, dirama un regolamento di disciplina indicativo dei nuovi rapporti che si vogliono instaurare con la popolazione.

Si costituiscono tre brigate e si stabilisce che i partigiani montanari vivano a casa propria con la propria arma, a disposizione su richiesta dei comandi, ma è loro proibito circolare armati fuori casa. Sono solo i partigiani provenienti dalla pianura a fare vita di formazione.

I tedeschi approfittano del momento più duro dell’inverno per cercare di annientare i “ribelli” della montagna. L’inverno, a differenza del precedente, è rigidissimo: il 7 gennaio,  giorno d’inizio del rastrellamento,  l’Appennino è coperto da quasi un metro di neve. I tedeschi hanno truppe alpine specializzate con reparti di sciatori in tuta bianca.

Nei boschi spogli è difficile nascondersi e la neve rallenta gli spostamenti, ma i reparti partigiani sono snelli e mobili e riescono in maggioranza a sfuggire ai tedeschi a costo di marce faticosissime a causa del freddo, della neve e della fame.

Fra il 15 e il 20 gennaio le truppe tedesche abbandonano la zona, la divisione partigiana esce quasi indenne dal rastrellamento, anche se non mancano scontri e combattimenti.

In uno di questi perde la vita il magretese Franco Busani, ventenne, e vengono feriti Alfredo Cavazzuti e Beniamino Venturelli. Nello stesso combattimento muoiono anche altri tre partigiani, uno di 18, uno di 19 e uno di 20 anni, appartenenti al battaglione di Pino (Alpino Righi).

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L’8 gennaio i due battaglioni, quello di Pino e quello comandato da Alfredo, hanno infatti incontrato i tedeschi in zona Strinati- Novellano, nella riva reggiana della valle del Dolo. Si è acceso un violento combattimento che ha costretto i tedeschi a ripiegare e a scendere verso il fiume, ma ha lasciato nello sgomento i partigiani.

Dopo un periodo di assestamento, in febbraio le formazioni partigiane della Divisione Modena riprendono l’attività offensiva.

Nel frattempo per tutto marzo arrivano dalla pianura nuove reclute, tanto che a fine marzo sono presenti in montagna 3000 uomini, alla liberazione 4000. Nel contempo i rapporti tra comunisti e democristiani,  dopo un primo periodo di collaborazione,  si deteriorano progressivamente. È con l’aumento del numero di partigiani che i comunisti possono far prevalere i propri principi e ribaltare a proprio vantaggio i rapporti di forza.

La crisi si conclude l’8 marzo con la costituzione di un nuovo comando,  nel quale la presenza dei democristiani è appena simbolica.

La Brigata Italia, sotto il comando di Lino, si stabilisce a Frassinoro, mentre a Gusciola rimangono la sede logistica, una piccola tipografia e una rudimentale stazione radio che trasmette propaganda partigiana e antifascista.

Claudio abbandona definitivamente la montagna per occuparsi dell’organizzazione democratico-cristiana di pianura, costituisce le Squadre d’Azione Italia che prenderanno il nome di II Brigata Italia.

In questa atmosfera di grave tensione si inserisce anche, il 28 marzo, l’uccisione di Saturno Gagliardelli, staffetta della Brigata Italia; delitto per il quale due comandanti e due agenti della polizia partigiana saranno processati dopo la liberazione e assolti, ma soltanto per insufficienza di prove.

Nei primi giorni di aprile, per assicurarsi la sicurezza delle vie di ritirata, i tedeschi attaccano violentemente e ripetutamente lo schieramento della Divisione Modena. Per gli alleati i combattimenti nelle retrovie modenesi della Linea Gotica sono solo un diversivo per tenere impegnate rilevanti forze tedesche, infatti l’attacco decisivo avviene nel settore che conduce verso Bologna.

Il fronte dell’Appennino modenese rimane tagliato fuori dal teatro della battaglia finale. Le truppe alleate arrivano a Modena provenendo lungo la via Emilia da Bologna, quando le truppe tedesche sono già in fuga e contro le loro retroguardie sono le formazioni di pianura a sostenere gli ultimi combattimenti.

Nel pomeriggio di domenica 22 aprile, quasi tutta la provincia è ormai libera, salvo un’isola, in cui la ritirata delle divisioni germaniche è ancora in pieno svolgimento: si tratta della zona di Sassuolo-Formigine dove si è concentrato il grosso delle forze tedesche  con l’intenzione di passare il Secchia al guado di Magreta, essendo i ponti di Sassuolo e di Rubiera distrutti. L’aviazione alleata mitraglia il greto del fiume, le truppe germaniche bivaccano nelle case e nelle campagne sotto gli alberi in attesa della notte.

Un gruppo di alti ufficiali tedeschi, consapevoli che è finita, cercano un approccio con i partigiani per trattare la resa e a loro si presentano Claudio, ventiquattrenne, ed Emilio Beltrami, il diciassettenne comandante del distaccamento di Magreta della II Brigata Italia. Dopo molte incertezze, nel comandante tedesco prevale alla fine l’orgoglio militare: afferma che non può arrendersi a dei civili e rifiuta la resa.

Nella notte il grosso dei tedeschi passa sulla riva reggiana, lasciando alcuni punti di fuoco in posizioni strategiche. La mattina di lunedì 23, proveniente da Casinalbo, la prima colonna corazzata americana arriva al crocicchio Dini e viene attaccata da una postazione anticarro tedesca, vengono colpiti tre carri armati e in uno di essi muore il colonnello brasiliano comandante della colonna.

Divenuti estremamente prudenti, gli alleati arrestano la loro avanzata e si fermano per tutta la giornata alla Tabina, nonostante siano avvertiti dai partigiani che verso mezzogiorno è cessata ogni resistenza nemica. Solo a sera la colonna prosegue verso il reggiano, guidata dal partigiano Antonio Rompianesi, salito sulla torretta del carro di testa.

Per tutta la mattinata del 23, mentre gli alleati sono fermi alla Tabina, i partigiani insieme a nuclei della popolazione, armati con le numerose armi catturate ai tedeschi, operano un sistematico rastrellamento di tutta la zona.

Il fatto più grave avviene in un’azione tra via Marzaglia e il Secchia dove perde la vita Antonio Vecchi di 20 anni.

In località Rana una squadra al comando di Guido Casini sostiene una lunga sparatoria in cui restano feriti Umberto Ferrari e Adolfo Rossi.

I prigionieri tedeschi vengono condotti alla Tabina presso le avanguardie americane della V Armata.

La sera del 23 aprile a Magreta e su tutta la provincia sventola il tricolore.

 

 

PS: Al termine di questi appunti che danno un’idea solo sommaria ed estremamente parziale della Resistenza nel modenese, vorrei consigliare a chi ne volesse sapere di più, ma non avesse né il tempo né la voglia di affrontare le oltre 700 pagine di E. Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino, il Mulino 1966, di ripiegare sulle 180 pagine (in caratteri anche più grandi) di E. Gorrieri G. Bondi, Ritorno a Montefiorino, il Mulino 2005.

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